Gli indiani Navajos, per vivere, avevano bisogno di 236 oggetti. Nelle nostre case, in media, ce ne sono 10.000. Per ognuno di essi dobbiamo lavorare, guadagnare, andare in negozio, scegliere, fare la coda alla cassa, pagare. Una volta a casa, dobbiamo pulirli, spolverarli, sistemarli. Insomma, in un certo senso viviamo per consumare. Ne vale davvero la pena?
Cresce ogni giorno il carico di oggetti che abitano insieme a noi e con essi il numero di appuntamenti che ci appaiono irrinunciabili. Sembra giusto, persino doveroso, non trascurare le occasioni (viaggi, eventi, nuove relazioni, conoscenze) che la vita ci offre. Sempre più spesso sembriamo “ubriachi” di cose, incapaci di gestire l’eccesso che ci circonda e che ci condiziona.
“Sobrio” è un termine che nasce in opposizione proprio ad “ebbro”, ubriaco. Indica letteralmente colui che non è in preda ad ebbrezza, colui che si è astenuto dall’eccesso. La sobrietà è uno stile di vita, personale e collettivo, più parsimonioso, più lento, più inserito nei cicli naturali. La sobrietà è più un modo di essere che di avere, un modo di vivere che sa distinguere tra i bisogni reali e quelli imposti. È la capacità di dare alle esigenze del corpo il giusto peso senza dimenticare quelle spirituali, affettive, intellettuali, sociali. È una scelta di organizzare la società affinché sia garantita a tutti la possibilità di soddisfare i bisogni fondamentali con il minor spreco di risorse.
La route è un buon esercizio di distacco dalle cose, di riduzione delle necessità, di partenza. Ma una buona route mira al ritorno, ai mesi che verranno, per non rimanere uno tra i tanti appuntamenti di mezza estate.
