Febbraio 2009: dopo lavori a tempo di record, a pochi passi dalle nostre case viene inaugurato il Passante di Mestre. Trentadue chilometri d’asfalto tirati a lucido, con svincoli, gallerie, sovrappassi moderni e funzionali. “Il Nordest si è rimesso in moto”, titolano i giornali, “finalmente basta code”. Ed è vero: andare a Mestre o passare per la tangenziale non è più l’incubo di ogni automobilista. Possiamo finalmente muoverci più liberi e veloci. Ma quale prezzo dobbiamo pagare? Che fine hanno fatto e stanno facendo le nostre campagne, quei posti in cui almeno una volta siamo passati, magari a piedi o in bicicletta per un’uscita?
A tutti, almeno una volta nella nostra vita scout, è capitato di cantare queste parole “Guarda che incanto è questa natura e noi siamo parte di lei”. Belle parole, bellissime. D’altronde “lo scout ama e rispetta la natura”. Ogni campo estivo, ogni route è l’occasione per stare in mezzo alla natura, per riscoprirne i ritmi, per goderne i silenzi, per temerne la forza. Ciò che insegna la natura, non lo si dimentica facilmente. Basta solo aprire le porte dei nostri sensi per osservarla, ascoltarla, odorarla, toccarla, assaporarla. E ti saprà raccontare storie che nemmeno immagini, come in un libro aperto.
Insomma, il posto, l’ambientazione, ciò che ci circonda sono elementi indispensabili per vivere appieno qualsiasi esperienza. E se un bel giorno i nostri capi ci proponessero una bella route a piedi lungo il Passante, come la prenderemmo? A casa, nel nostro “ambiente”, siamo ancora capaci di meravigliarci per un fiore che sboccia, di apprezzare il verde, di amare quello che ci circonda? La mattina camminiamo a testa bassa guardando il marciapiede o siamo ancora capaci di alzare la testa per vedere le nuvole che si muovono e le stagioni che cambiano? È davvero un incanto questa natura che ci circonda? E noi, cosa facciamo per sentirci parte di lei?

“Noi non dobbiamo considerare che la Natura si accomodi a quello che parrebbe meglio disposto a noi, ma conviene che noi accomodiamo l’interesse nostro a quello che essa ha fatto.”
Galileo Galilei