In uno dei disegni più celebri di B.P., uno scout in uniforme perfetta assesta un gran calcio alle prime lettere di un parola, trasformando “impossibile” in “possibile”. “Chiunque sia animato dal giusto spirito può cancellare dalla parola “impossibile” le prime due lettere”, affermava convinto il nostro fondatore. Un po’ come alcune famose pubblicità, che proclamano “Impossible is nothing”, “No limits”, “The sky is the only limit”. Eppure ciascuno di noi ha dei limiti con i quali deve fare i conti quotidianamente. Limiti fisici, mentali, relazionali. Fino a che punto è giusto tentare di andare “oltre” cercando di superarsi? Quando invece è meglio dire basta e accettarsi per quello che si è?
C’è chi dice che “accettare i propri limiti è segno di grande maturità. Non credo nel loro superamento: significherebbe privarsi della propria individualità. Mi piace più pensare al fatto che il senso critico aiuti a restituire un giusto equilibrio”.
E c’è chi, al contrario, cerca continuamente di spingersi sempre più in là: “… perché in entrambi questi giochi, la vita e il football, il margine di errore è ridottissimo. Mezzo passo fatto in anticipo o in ritardo e voi non ce la fate, mezzo secondo troppo veloce o troppo lento e mancate la presa. Ma i centimetri che ci servono, sono dappertutto, sono intorno a noi, ce ne sono in ogni break della partita, ad ogni minuto, ad ogni secondo. In questa squadra si combatte per un centimetro…E voglio dirvi una cosa: in ogni scontro è colui il quale è disposto a morire che guadagnerà un centimetro, e io so che se potrò avere un’esistenza appagante sarà perché sono disposto ancora a battermi e a morire per quel centimetro. La nostra vita è tutta lì, in questo consiste.” (dal film Ogni maledetta domenica).
Tentare. Rischiare. Giocare. Sbatterci il grugno. Farsi male. Prenderne coscienza. E poi tentare di nuovo. Rischiare di nuovo. Giocare di nuovo… Oppure no?
