Siamo soli anche quando non siamo soli?

 
Ho un amico che mi ascolta. Il mio amico sta spesso zitto. Io ho un amica che mi capisce. Con i miei amici ci divertiamo. Io con loro esco la sera. La mia amica è invidiosa di me. Io ho tradito il mio amico. I miei amici mi considerano zero. Non sono miei amici, li conosco e basta. Con lei rido, è divertente. Con loro bevo la sera. Senza di loro a volte sto meglio. Ci scriviamo, in facebook siamo amici. 

Gaber nella canzone “L’appartenenza” teme che il suo destino sia di andare piano piano sempre più verso se stesso e non trovare nessuno.

La solitudine è fascinosa, è terribile, è rassicurante, è feconda, è velenosa. La cerchiamo nei momenti di deserto ma la detestiamo quando non ci chiama o scrive nessuno. Mettiamo le cuffiette quando si presenta alla porta senza preavviso.

Cerchiamo compagnia? Spalle per piangere? Sponde rassicuranti, muri di gomma? Complici di avventure? Compagni di viaggio? Tempo fa si diventava amici perché si condivideva un’ideale, un progetto, un’avventura. E’ ancora così?
Continua Gaber dicendo: “L’appartenenza non è lo sforzo di un civile stare insieme, non è il conforto di un normale voler bene, l’appartenenza è avere gli altri dentro di sé. L’appartenenza è un’esigenza che si avverte a poco a poco, si fa più forte alla presenza di un nemico, di un obiettivo o di uno scopo, è quella forza che prepara al grande salto decisivo, che ferma i fiumi, sposta i monti con lo slancio di quei magici momenti in cui ti senti ancora vivo.”

Apparteniamo o accompagniamo?

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